Scrittura creativa

Scuole di scrittura creativa.

“Tutti i programmi di scrittura creativa dovrebbero essere aboliti per legge”.  Kay Boyle  (insegnante di scrittura creativa a San Francisco).

2015-12-03 11.38.56
– foto DDC

Apprendo da Wikipedia, non avendo un’esperienza diretta sul campo, che nelle scuole di scrittura creativa, insegnanti con competenze comprovate nella pratica della scrittura, spiegano ai propri studenti le tecniche, che sono alla base delle produzioni scritte di tipo artistico o creativo (come ti de-costruisco il racconto, come te lo ricostruisco, come ti riscrivo una poesia e cose così).

Apprendo sempre dal web, che quegli stessi scrittori che decidono di insegnare scrittura creativa per mantenersi da vivere, sono i primi a non credere assolutamente che l’Arte possa essere insegnata nelle università, e che uno scrittore creativo non sia un vero “scrittore”.

Le prime scuole di scrittura creativa nascono all’interno delle università negli Stati Uniti d’America intorno al 1915. Tra i primi studenti possiamo ritrovare alcuni grandi scrittori americani, che in seguito sono diventati a loro volta insegnanti, quali Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Raymond Carver, Philip Roth.  Leggendo questi nomi, chiunque con velleità artistiche sarebbe invogliato a partecipare a un corso di scrittura creativa. Ma dopo quasi cinquant’anni di corsi e master universitari, l’America è ora la prima a processarsi, con un verdetto poco lusinghiero: tanti scrittori creativi che scrivono, ma ahinoi, non pubblicano, tanti romanzi pubblicabili, per tanti lettori latitanti.

Nel frattempo però, dato che il resto del mondo importa dall’America tutti i modelli, anche quelli dichiarati fallimentari, perché brama sbagliare nello stesso identico modo (o forse immagina di avere migliore fortuna, vedi alla voce fast food), questi corsi si sono diffusi in tutto il globo e sono approdati anche in Italia. Dalle opinioni lette nei vari siti e blog letterari, traspare che di là dalle ambizioni e presunti sogni di gloria, è l’esperienza umana a essere particolarmente apprezzata, ossia la possibilità di condividere un sogno con altre persone. Per chi invece cerca la strada più semplice per pubblicare un best-seller, farebbe meglio a reimpostare il suo navigatore satellitare.

Come già sappiamo, non basta frequentare la bottega di Domenico Ghirlandaio per diventare un Michelangelo Buonarroti. Padroneggiare le tecniche e i mezzi espressivi non può e non deve essere causa sufficiente per fare “letteratura”. La letteratura non è una mera cornice o una rappresentazione statica del reale. Non è un esercizio di stile. La letteratura è sempre e comunque portatrice di un messaggio. Vale a dire che l’aspirante scrittore che frequenta il master di scrittura più prestigioso, deve avere sempre e comunque “qualcosa da dire”, un “messaggio”. Sì, mi obietterete, ma che significa avere qualcosa da dire?

Che Agnese sia andata alla guerra o meno, per noi che l’abbiamo letto, credo sia stato importante capire la motivazione che a un certo punto l’ha spinta, vecchia e grassa com’era, a montare sulla sua biciclettina. E’ importante che ci sia una forza che animi i personaggi, che li spinga verso strade che sin dalle prime pagine, non avremmo mai osato credere percorribili. Un romanzo scritto bene e impeccabile da un punto di vista formale, ma vuoto di contenuto, è tutto fuorché “Arte”. Non comunica, non stimola, non commuove, non salva, non condanna, non spaventa, non terrorizza. E soprattutto non si ricorda. E’ un uomo anonimo, che si confonde in una folla anonima. Non è un vecchio insegnante che trascina il passo lento sotto l’ombra di un cappello nero in un mattino di neve, tra i ragazzi che corrono verso i cancelli della scuola, perché ha ancora qualcosa da dire ai suoi alunni. Per dirla con le parole dello scrittore e critico letterario americano, Dwight Macdonald, siamo ormai così offuscati dall’how to do it, dalla cultura manualistica del “come farlo”, che non ci si chiede più il “perché lo si fa”. La domanda sarebbe quindi non già: “Come scrivere un romanzo?” ma “Perché scrivere un romanzo?”.

Credo che chiunque si accinga a frequentare un valido corso di scrittura, debba sempre avere presente questa verità. L’utilità dei laboratori credo sia indubbia nel miglioramento delle proprie capacità espressive, e non già per pubblicare il capolavoro letterario assoluto di tutti i tempi.

Per quest’ultimo, ci vuole imperfezione e una buona dose di controsenso: si vorrebbe dire ma si preferisce tacere, si sussurra ma non si svela, si cerca di insinuare ma non si afferma, si è sul punto di mostrare lo snodo, con un pizzico di razionalità e una gran voglia di scompaginarsi, di stracciarsi assieme le pagine del libro, ci vuole l’intuizione del genio, il talento della formica, il canto della cicala.

Per fare un tavolo…

Daniela Del Core@2014

 

Per approfondimenti:

http://www.corriere.it/cultura/09_agosto_14/manera_fabbriche_di_illusioni_9bd6b880-88a5-11de-a986-00144f02aabc.shtml

http://www.linkiesta.it/blogs/la-frusta-letteraria/creative-writing-annotazioni-sulle-scuole-di-scrittura-creativa-1

 

 

Scrittura creativa

Il plagio in Letteratura.

buttes-chaumont-898675_640

Che cosa è un plagio?

È un furto bello e buono. È un copia-incolla dalla “proprietà intellettuale” di qualcuno con giustapposta la firma del ladro. Un reato oggi perseguibile. Una contraffazione.

Un tempo non esisteva il concetto moderno di proprietà intellettuale, il sapere apparteneva a tutti, insito nella tradizione orale, e nel corso dei secoli i cantastorie si tramandavano spensieratamente le storie di altri narratori, di testimoni oculari, l’Odissea di Omero, la tristezza ingenita di Enea, il diluvio universale.

Maledetto colui che un giorno recintò un pezzo di terra e disse: “È mia”. Un pensiero però non è un pezzo di terra. Non puoi recintarlo. Qualcuno può prenderlo in prestito e farlo proprio. Infine, può fare una cosa che cambia le carte in tavola e che rovescia la prospettiva della questione.

Signori e signore, lo rielabora. Può succedere che lo migliori sino al punto di farne un vero e proprio atto creativo. Nasce così l’Orlando furioso del grande Ariosto. Chi darebbe del ladro a Ludovico Ariosto? Eppure l’illustre scrittore attinge al ciclo carolingio e al ciclo bretone, affonda le mani nel poema incompiuto del Boiardo, ne prende nomi, ambienti, situazioni, e trame, per portarlo a compimento. Il risultato è un classico della letteratura italiana.

E che dire di Shakespeare? Uno scopiazzatore. E di Dante? Che cosa ha inventato Dante? Niente. Come niente? Che razza di risposta è: “Niente”?  La risposta non piace, perché è la domanda a essere sbagliata. La domanda più corretta sarebbe: “Che cosa ha reinventato Dante?”. Il plagio cessa di esistere nel momento in cui una parola, un’idea, un’immagine è rielaborata.

Lo scrittore non crea quasi mai dal nulla. La storia, per dirla con le parole di Tabucchi, è già lì che aspetta di essere raccontata.

Non possiamo appropriarci delle parole come se fossero nostre. E neppure delle idee. Le idee non sono cose su cui esercitare il possesso. Le idee circolano, fluiscono, creano scuole di pensiero. O dobbiamo immaginare che gli stilnovisti facessero a gara computando versi di cuore e amore? E di dame gentili che salutano, dispensando grazia divina? Esiste il topos di un artista, ma anche il topos di un’intera epoca, che tende a ripresentarsi ciclicamente.

Tutti scrivono e tutti vogliono essere tutelati ed è certo un diritto sacrosanto. Però, c’è un però. L’ho chiamato “Teorema di Epicuro”.

Il grande filosofo greco tra una meditazione e una lezione, arriva a negare l’esistenza di Dio. Il suo ragionamento è in fondo di una semplicità disarmante. Egli trova paradossale e illogica la coesistenza di un Dio amorevole e la malvagità umana. Epicuro non ci dorme la notte. E anche noi spesso facciamo sogni agitati.

Che c’entra tutto questo con il plagio letterario?

Immaginiamo per un attimo che all’epoca di Epicuro vigili una severa normativa che vieti il citazionismo e che tuteli rigidamente il diritto d’autore. La lezione di Epicuro sarebbe terminata là. Non avrebbe conosciuto riprese e rivisitazioni. E neppure anatemi. L’apostolo Paolo ricorda ai Corinzi di non farsi corrompere dalla filosofia dilagante:

Mangiamo e beviamo, poiché domani morremo.

Lorenzo il Magnifico nella Canzona di Bacco, uno dei Canti carnascialeschi più noti, scrive in un ritornello intenso e quasi ossessivo al pari di una formula magica:

Quant’è bella giovinezza 
che si fugge tuttavia!
Chi vuole esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.

Il giovane Giacomo Leopardi, di cui non si può certo dire fosse a corto d’immaginazione, chiude il suo Sabato del villaggio con i versi:

Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

Sì, ma a cosa vuole portare questo teorema?

La splendida Vivien Leigh, nei panni della capricciosa Rossella O’hara, pronuncia per tutto il film Via col vento una frase che la caratterizza più di qualsiasi aggettivo: Ci penserò domani. E la battuta finale che consegna il lavoro di Victor Fleming alla galleria dei capolavori cinematografici, è sempre la stessa:

“Dopo tutto, domani è un altro giorno”.

ecco, nel momento in cui guardiamo commossi e rapiti l’ultima sequenza di celluloide, ringraziamo la generosità intellettuale di Epicuro.

L’uomo contemporaneo soffre di uno sfrenato individualismo, di un esibizionismo narcisistico, e di un’avarizia spropositata. Non vuole concedere nulla. Lo scrittore contemporaneo è una diva ritrosa davanti all’obiettivo, perché non si è rifatta per tempo il trucco. Litiga al bancone del bar, perché qualcuno nell’etere o nel web si è impossessato di una sua massima, ipotizza reati di plagio ovunque. È un plagio maniaco. Laddove scovi una sequenza di anche solo tre parole di fila che riconosce come proprie, l’autore presumibilmente defraudato comincia ad agitarsi e a urlare al furto di proprietà. Rivuole indietro i suoi concetti intatti così come li aveva pronunciati, ignorando che questi ultimi evolvono nel passaggio da una testa all’altra, nell’alterazione del tono di voce. Sono pulci che saltano tra crani pensanti. E non ritornano mai, nudi e crudi com’erano. Indossano strani cappelli, camminano su tacchi più alti, si danno più arie e sono di solito più smaliziati e più aggressivi e più veri e più facilmente condivisibili, al pari di un vecchio proverbio o di un antico adagio.

L’argomento è vasto e non si può certo esaurire in un articolo. Voglio però ricordare che troppo spesso tendiamo a considerare il plagio dal punto di vista del presunto innocente plagiato, che si vede sottrarre la sua opera dal plagiaro.

Che cosa succede però se il presunto plagiato in realtà è in malafede e la sua accusa di plagio è una calunnia vera e propria?

Accade che Paul Celane, nell’arco di vent’anni subisca tre campagne diffamatorie, intentate dalla vedova del poeta Goll, che lo accusa di aver plagiato il defunto marito. Accade che Paul Celane, seppure innocente, si uccida.

Se la contraffazione è certamente deplorevole, un’accusa infondata di plagio è un tentativo di omicidio colposo ai danni dello scrittore sventurato, nonché uno strumento nelle mani del Potere per il controllo della scrittura.

PS. Per scrivere il presente articolo, sono stati citati più di dieci autori. L’autrice inoltre, potrebbe aver letto e rielaborato in modo più o meno consapevole il saggio di Marie Darrieussecq.