“Tutti i programmi di scrittura creativa dovrebbero essere aboliti per legge”. Kay Boyle (insegnante di scrittura creativa a San Francisco).

Apprendo da Wikipedia, non avendo un’esperienza diretta sul campo, che nelle scuole di scrittura creativa, insegnanti con competenze comprovate nella pratica della scrittura, spiegano ai propri studenti le tecniche, che sono alla base delle produzioni scritte di tipo artistico o creativo (come ti de-costruisco il racconto, come te lo ricostruisco, come ti riscrivo una poesia e cose così).
Apprendo sempre dal web, che quegli stessi scrittori che decidono di insegnare scrittura creativa per mantenersi da vivere, sono i primi a non credere assolutamente che l’Arte possa essere insegnata nelle università, e che uno scrittore creativo non sia un vero “scrittore”.
Le prime scuole di scrittura creativa nascono all’interno delle università negli Stati Uniti d’America intorno al 1915. Tra i primi studenti possiamo ritrovare alcuni grandi scrittori americani, che in seguito sono diventati a loro volta insegnanti, quali Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Raymond Carver, Philip Roth. Leggendo questi nomi, chiunque con velleità artistiche sarebbe invogliato a partecipare a un corso di scrittura creativa. Ma dopo quasi cinquant’anni di corsi e master universitari, l’America è ora la prima a processarsi, con un verdetto poco lusinghiero: tanti scrittori creativi che scrivono, ma ahinoi, non pubblicano, tanti romanzi pubblicabili, per tanti lettori latitanti.
Nel frattempo però, dato che il resto del mondo importa dall’America tutti i modelli, anche quelli dichiarati fallimentari, perché brama sbagliare nello stesso identico modo (o forse immagina di avere migliore fortuna, vedi alla voce fast food), questi corsi si sono diffusi in tutto il globo e sono approdati anche in Italia. Dalle opinioni lette nei vari siti e blog letterari, traspare che di là dalle ambizioni e presunti sogni di gloria, è l’esperienza umana a essere particolarmente apprezzata, ossia la possibilità di condividere un sogno con altre persone. Per chi invece cerca la strada più semplice per pubblicare un best-seller, farebbe meglio a reimpostare il suo navigatore satellitare.
Come già sappiamo, non basta frequentare la bottega di Domenico Ghirlandaio per diventare un Michelangelo Buonarroti. Padroneggiare le tecniche e i mezzi espressivi non può e non deve essere causa sufficiente per fare “letteratura”. La letteratura non è una mera cornice o una rappresentazione statica del reale. Non è un esercizio di stile. La letteratura è sempre e comunque portatrice di un messaggio. Vale a dire che l’aspirante scrittore che frequenta il master di scrittura più prestigioso, deve avere sempre e comunque “qualcosa da dire”, un “messaggio”. Sì, mi obietterete, ma che significa avere qualcosa da dire?
Che Agnese sia andata alla guerra o meno, per noi che l’abbiamo letto, credo sia stato importante capire la motivazione che a un certo punto l’ha spinta, vecchia e grassa com’era, a montare sulla sua biciclettina. E’ importante che ci sia una forza che animi i personaggi, che li spinga verso strade che sin dalle prime pagine, non avremmo mai osato credere percorribili. Un romanzo scritto bene e impeccabile da un punto di vista formale, ma vuoto di contenuto, è tutto fuorché “Arte”. Non comunica, non stimola, non commuove, non salva, non condanna, non spaventa, non terrorizza. E soprattutto non si ricorda. E’ un uomo anonimo, che si confonde in una folla anonima. Non è un vecchio insegnante che trascina il passo lento sotto l’ombra di un cappello nero in un mattino di neve, tra i ragazzi che corrono verso i cancelli della scuola, perché ha ancora qualcosa da dire ai suoi alunni. Per dirla con le parole dello scrittore e critico letterario americano, Dwight Macdonald, siamo ormai così offuscati dall’how to do it, dalla cultura manualistica del “come farlo”, che non ci si chiede più il “perché lo si fa”. La domanda sarebbe quindi non già: “Come scrivere un romanzo?” ma “Perché scrivere un romanzo?”.
Credo che chiunque si accinga a frequentare un valido corso di scrittura, debba sempre avere presente questa verità. L’utilità dei laboratori credo sia indubbia nel miglioramento delle proprie capacità espressive, e non già per pubblicare il capolavoro letterario assoluto di tutti i tempi.
Per quest’ultimo, ci vuole imperfezione e una buona dose di controsenso: si vorrebbe dire ma si preferisce tacere, si sussurra ma non si svela, si cerca di insinuare ma non si afferma, si è sul punto di mostrare lo snodo, con un pizzico di razionalità e una gran voglia di scompaginarsi, di stracciarsi assieme le pagine del libro, ci vuole l’intuizione del genio, il talento della formica, il canto della cicala.
Per fare un tavolo…
Daniela Del Core@2014
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