I grandi poeti viventi

Hans Magnus Enzensberger, poeta tedesco.

Chiosco.

È vietato dar fuoco a persone.
È vietato dar fuoco a persone
che siano in possesso di un permesso
di soggiorno valido.
È vietato dar fuoco a persone
che si attengano alle disposizioni
di legge e siano in possesso
di un permesso di soggiorno valido.
È vietato dar fuoco a persone
che col loro comportamento
non ne abbiano offerto motivo.
È disdicevole.
È inconsueto.
Non dovrebbe diventare una regola».

Hans Magnus Enzensberger, classe 1929, nato a Kaufbeuren, è uno scrittore, poeta e traduttore tedesco. Ha scritto anche sotto lo pseudonimo di Andreas Thalmayr e Linda Quilt. Attualmente vive a Monaco. Prevalentemente poeta e saggista, ha realizzato anche opere teatrali, cinematografiche, radiodrammi, reportage, traduzioni, romanzi e libri per bambini.

Dal registro ironico e sarcastico, dalla poesia asciutta e concreta, non possiamo lamentarci, affronta nelle sue opere, tematiche sociali ed economiche come in Classe Media Blues, in cui è rappresentato un mondo che dovrebbe rassicurarci con i suoi ritmi precisi, con la fame sempre appagata, con l’autobus che non salta una corsa, eppure è strano come non abbiamo nulla da dire, con lo stomaco pieno, fagocitato anche il passato e il prodotto sociale, con i morti che hanno fatto il loro testamento, l’ultimo verso vorrebbe quasi schiaffeggiarci da questa accidia incolore: Cosa stiamo aspettando?

CLASSE MEDIA BLUES

Non possiamo lamentarci.
Abbiamo da fare.
Siamo sazi.
Mangiamo.

Cresce l’erba,
il prodotto sociale,
l’unghia delle dita,
il passato.

Le strade sono vuote.
Le chiusure sono perfette.
Le sirene tacciono.
Questo passa.

I morti hanno fatto il loro testamento.
La pioggia è cessata.
La guerra non è stata dichiarata.
Questo non è urgente.

Noi mangiamo l’erba.
Noi mangiamo il prodotto sociale.
Noi mangiamo le unghie.
Noi mangiamo il passato.

Non abbiamo nulla da nascondere.
Non abbiamo nulla da perdere.
Non abbiamo nulla da dire.
Abbiamo.

L’orologio è caricato.
La vita è regolata.
I piatti sono lavati.
L’ultimo autobus sta passando.

È vuoto.

Non possiamo lamentarci.

Cosa aspettiamo ancora?


Enzensberger sei quasi divertente, cantavano i Pink floyd, se non fossi così spietato, così caustico come In memoriam, dove soltanto un poeta del suo calibro può spicciarsela in due parole, anche a proposito degli anni Settanta. E in fondo cosa ci sarebbe da aggiungere al già detto? Vi era stata una miracolosa moltiplicazione dei pani, parecchi riuscirono a ingozzarsi sino a non lasciarne più per i posteri, turchi e disoccupati. Monta una rabbia quasi invidiosa, e nella chiusa la parola indulgenza diventa quasi beffarda.

In memoriam

Dunque, per quanto concerne gli anni Settanta
me la sbrigo in due parole.
Il servizio informazioni dava sempre occupato.
La miracolosa moltiplicazione dei pani
si limitò a Dusseldorf e dintorni.
La notizia spaventosa corse su nastro,
venne registrata e archiviata.

Senza opporre resistenza, tutto sommato,
gli anni Settanta si sono ingozzati
e gli è andata di traverso,
nessuna garanzia per i posteri,
turchi e disoccupati.
Che qualcuno li ricordi con indulgenza,
sarebbe pretendere troppo.

Ne La fine del Titanic, il tema sociale, la lotta di classe, l’immobilismo degli svantaggiati, la cieca rassegnazione della propria condizione come fosse innata e preordinata da un Dio feudale, viene messa in scena su un palcoscenico singolare. Bloccati sottocoperta, ci sono gli immigranti di Svezia, Inghilterra, Finlandia, Italia, Bulgaria, Belgio, Francia, Libano e Siria. Qualcuno da Hong Kong. Da un lato, un uomo in giacca, uno di voi, che prenda la parola e si para dinanzi alla folla in ascolto, cerca di spronarla, di spingerla all’azione, fa leva sul sangue dei figli, urla che il momento è finalmente giunto per riscattarsi dall’oblio, dall’altro una folla che non capisce quelle parole, troppo erosa da paure e speranze diverse dalla sua. Finché non affondarono rispettosamente.

Canto Quinto

(da La Fine del Titanic, 1978)

Rubate ciò che vi è stato rubato,
prendetevi finalmente quel che è vostro, gridava,
intirizzito, la giacca gli andava stretta,
i suoi capelli guizzavano sotto le gru
e lui gridava: io sono uno di voi,
cosa state ancora ad aspettare? Adesso
è ora, sfondate le barriere,
gettate la gentaglia a mare,
comprese le valigie, i cani, i lacché,
le donne anch’esse e persino i bambini,
con violenza, coi coltelli, con le nude mani!
E mostrava loro il coltello,
mostrava loro la nuda mano.

Ma quelli della terza classe,
emigranti tutti, stavano lì fermi
nell’oscurità, si toglievano tranquillamente
il berretto e restavano ad ascoltarlo.

Ma quando vi deciderete a prendere vendetta,
se non vi muovete subito?
O forse non siete capaci di vedere del sangue
che non sia quello dei vostri figli e il vostro?
E si graffiava il viso
e si feriva le mani
e mostrava loro il suo sangue.

Ma quelli della terza classe
lo ascoltavano e tacevano.
Non perché non parlasse lituano
(non parlava lituano);
non perché fossero ubriachi
(le loro antiquate bottiglie,
avvolte in panni grossolani,
erano state da tempo scolate);
non perché avessero fame
(avevano anche fame):

non era per via di tutto ciò. Non era
così facile da spiegare.
Capivano, certo, quel che diceva,
ma non capivano lui.
Le sue parole non erano le loro.
Erano rosi da paure diverse
dalle sue, e da altre speranze.
Rimasero lì in piedi, pazienti,
con i loro zaini, i loro rosari,
i loro bambini rachitici,
dietro alle barriere, gli fecero largo,
lo ascoltavano, rispettosamente,
e attesero, finché non affondarono.


L’altro

Uno ride
si interessa
ha il mio viso con pelle e capelli sotto il cielo
lascia rotolare parole dalla mia bocca
uno che ha denaro e paura e un passaporto
uno che litiga e ama
uno si diverte
uno si dimena

ma non io
io sono l’altro
che non ride
che non ha viso sotto il cielo
e alcuna parola nella sua bocca
ed è sconosciuto a sé e a me
non io; l’altro; sempre l’altro
che non vince e non è vinto
che non si interessa
che non si muove

l’altro
che è indifferente a se stesso
del quale io non so niente
del quale nessuno sa chi è
che non mi muove
questo io sono.

(1964)


In Difesa dei lupi, è completamente capovolta la parabola cristiana delle pecore, animali non mansueti ma stupidi come cornacchie. Il gregge ammansito che vuole essere sbranato, che lo merita, perché un lupo non può di certo da sé cavarsi i denti, viene invitato alla riflessione, all’imitazione dello spirito fraterno che regna nei branchi di lupi. Quella stessa fraternità di cui sembrano prive le pecore, gettate sul pigro letto dell’ubbidienza, che li conduce al macello, alla morte certa. Voi non lo mutate il mondo è la condanna senza remissione di peccato.

Difesa dei lupi.

Deve mangiare viole del pensiero, l’avvoltoio?
Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
Che muti pelo? E dal lupo?

Deve da sé cavarsi i denti?
Che cosa non vi garba
nei commissari politici e nei pontefici?
Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
sullo schermo bugiardo?
Chi cuce al generale
la striscia di sangue sui pantaloni?

Chi trancia il cappone all’usuraio?

Chi fieramente si appende la croce di latta
sull’ombelico brontolante?

Chi intasca la mancia, la moneta d’argento,

l’obolo del silenzio? Sono molti
i derubati, pochi i ladri;

Chi li applaude allora,

Chi li decora e distingue,

Chi è avido di menzogna?
Nello specchio guardatevi: vigliacchi,
Che scansate la pena della verità,
avversi ad imparare e che il pensiero
ai lupi rimettete,
l’anello al naso è il vostro gioiello più caro,
nessun inganno inganno è abbastanza cretino, nessuna
consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni ricatto
troppo blando è per voi.
Pecore, a voi sorelle

son le cornacchie, se a voi le confronto.
Voi vi accecate a vicenda.
Regna invece tra i lupi fraternità.

Vanno essi in branchi.
Siano lodati i banditi. Alla violenza
voi li invitate, vi buttate sopra
il pigro letto dell’ubbidienza.

Tra  i guaiti ancora mentite.

Sbranati volete essere.

Voi non lo mutate il mondo.

 

Enzensberger è il poeta rivoltoso che si scaglia contro un mondo assurdo, ingiusto e inspiegabile. Una poesia di concetto la sua, nata nel post-guerra, negli anni successivi al Nazismo, e nella ricostruzione difficile della Germania, di contro alla poesia naturalistica tedesca che descriveva la natura come alta, protettrice  e sacra. La poesia di Enzensberger vive di questo disincanto.

 

Per approfondimenti, leggi qui e qui.

I grandi poeti viventi

Ol’ga Aleksandrovna Sedakova, poetessa russa.

 

download
– foto google immagini.

Sventurato,

Colui che conversa con l’ospite e pensa al lavoro  di domani:

Sventurato,

colui che fa il suo lavoro e pensa di essere lui a farlo

e non che  il raggio o l’aria sia a guidarlo

come il pennello, la farfalla, l’ape…

Olga SEdakova

Olga Sedakova, nata a Mosca nel 1949, è una delle voci più intense della poesia russa contemporanea, degna erede della tradizione dei grandi poeti russi del Novecento come Anna Achmatova, Osip Mandel’stam e Josif Brodskij.

Il suo pensiero, lucido e penetrante, è sempre stato fortemente radicato nella sua coscienza religiosa e poetica, posizione difficile che l’ha condotta in un passato non molto remoto a scrivere e a pubblicare la sua produzione poetica in condizioni di clandestinità, e scomoda al regime, internata in un ospedale psichiatrico come malata di mente. Tra gli anni settanta e ottanta, i suoi versi presero a circolare nei cosiddetti Samizdat, edizioni di una letteratura non ufficiale, pubblicate e diffuse nella ristretta cerchia urbana e, in seguito, riportate nelle principali riviste russe specializzate sia in Estonia che in Russia. Le poesie della Sedakova furono tradotte in diverse lingue quali inglese, italiano, tedesco, francese, svedese, olandese, ebraico, albanese, serbo, greco, finlandese, polacco e cinese. Nel 1986, a Parigi, venne pubblicata la  sua prima raccolta di poesie, per la Russia bisognerà attendere il 1989.

Attualmente, Ol’ga Sedakova insegna alla Facoltà di Filologia dell’Università di Mosca.

La raccolta delle sue opere in due volumi è stata pubblicata a Mosca, nell’edizione russa En Ef K’ju/Tu Print. L’opera comprende, in millecinquecentotrenta pagine, tutti gli scritti più importanti in trent’anni di attività, sia in versi che in prosa. Il primo volume, dedicato all’opera in versi, comprende cinquecento pagine di poesie, il secondo volume invece è dedicato alla prosa, e si apre con un racconto autobiografico, Pochvala poezii (Elogio della poesia). Nella sezione dalle Traduzioni dalle letterature straniere in lingua russa, sono presenti opere scelte da Dante (autore di riferimento per la poetessa “teologa”, Petrarca, San Francesco, Properzio, Flaminio, Lewis Carroll, Eliot, Ezra W.L. Pound, Emily Dickinson, Victor Hugo, Rainer M. Rilke, Paul Celan. 

La sua poesia è stata definita una poesia dello sguardo e del cammino, un cammino simbolico tra molte presenze, un andare lungo una strada tortuosa, quasi dantesca.  “E’ l’ora di andare là dove, ogni cosa è di compassione”. La Sedakova guarda all’uomo che cammina verso Dio. Con gli occhi, guarda ai pini nani, i salici piangenti ascolta con le orecchie una barca non legata (che) non urta a lungo sulla riva,  e giunge a toccare il centro nevralgico della vita, il cuore pulsante, oggi siamo tutti qui, ma domani?, e il cuore si allarga sino a comprendere tutto lo spazio reale. La poesia della Sedakova mira alla salvezza dell’anima.

Conoscete voi

i pini nani, i salici piangenti?

Una barca non legata

non urta a lungo sulla riva –

e non c’è gioia

per ciò che è stato

e né dolore;

oggi siamo tutti qui, ma domani, chi può dirlo?

e né ragione;

soltanto le anime sono impeccabili

modeste, ardite, e caritatevoli,

un’estasi semplice

niente la può fermare,

un’estasi sempre

tramonta come il sole.

Una barca non legata

naviga senza pensare,

un ramo spezzato

ricrescerà, si, ma non sotto questo cielo.

 


E’ la poesia in cui si parte per la riva bianca, e conversando tra i sassi, attraversando l’acqua e di pianeta in pianeta, attraverso gli elementi, e tra la terra e il cielo, Là tutti, si dice, s’incontrano, imbiancati dalla via lattea.

Per la riva bianca, per la fredda nuvola stellare,

si dice siamo partiti, e noi partiremo un giorno:

di sasso in sasso attraversando l’acqua,

di pianeta in pianeta attraversando la distanza,

come voce passa di nota in nota.

Là tutti, si dice, s’incontrano, imbiancati

dalla via lattea.

 

Quante volte – l’ammetto – sulla soglia proibita

si è avvicinato il cuore, quante volte ha fissato

promettendo ad un ignoto qualcuno:

 

nessuno mi cerca, nessuno s’addolorerà,

né pregherà: rimani con me!…

 

Oh, non è per un dolore terrestre ch’è così miracoloso al di là

della porta della terra.

Ma perché non vogliamo, non vogliamo i propri peccati,

perché è tempo di andare

a chiedere scusa per tutto,

 

poiché nessuno sopravviverà

senza questo pane che manda splendore.

E’ tempo di andare là dove

tutto è compassione.


E’ tempo di andare e chiedere scusa per tutto, perché noi niente di niente sappiamo, guardando a ogni cosa, in una continua ottica metaforica, per giungere a poche verità utili.

Degli altri noi nulla sappiamo.

Dall’ombra guarda d’ogni cosa,

come acqua dal pozzo profondo

o dietro una stella, la nonna:

 

-Noi niente di niente sappiamo,

né quel vedemmo ridire…

Andiamo mendiche tu ed io,

e se non daranno, ringrazia.

 

Degli altri noi nulla sappiamo.

 

Alla prossima.

 

 

I grandi poeti viventi

Tre poesie di Adam Zagajewski, poeta polacco.

foto poeta polacco
– Adam Zagajewski e Wislawa Szymborska

 

La sconfitta.

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.

Le falene.

Le falene ci guardavano attraverso la finestra
chiusa. Le falene ci guardavano,
seduti al tavolo, con uno sguardo ardente
più intenso delle loro fragili ali.

Resterete per sempre fuori,
dietro il vetro. E noi saremo qui, all’interno,
sempre più all’interno. Le falene ci guardavano
attraverso la finestra chiusa, in agosto.

Kierkegaard su Hegel

Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno
che erige un enorme castello, ma vive
in una semplice capanna, lì nei pressi.
Così l’intelligenza abita in una modesta
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi
che ci furono promessi sono ricoperti
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci
di un’angusta cella, del canto del carcerato,
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto.
Abitiamo nella nostalgia: Nei sogni si aprono
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme
di papavero più piccolo al mondo.
Scoppia di grandezza.

 

Per approfondimenti, leggi qui.

I grandi poeti viventi

Adonis, poeta siriano.

Adonis_Cracow_Poland_May12_2011_Fot_Mariusz_Kubik_08
– foto di Mariusz Kubik

Adonis, pseudonimo di Alī Ahmad Sa’īd Isbir è un saggista e poeta siriano, nato a Qassabin nel 1930.

Insieme al poeta iracheno Badr Shakir al Sayyab e al palestinese Jabra ha fondato il gruppo Tammuzi, a simboleggiare la volontà di una rinascita culturale araba, rileggendone il patrimonio in una chiave non nazionalistica o religiosa, ma di apertura alla modernità. Egli si mostra distante da ogni rigido confessionalismo, è contrario alla sacralizzazione della politica e nel contempo smaschera il cinismo dell’Occidente che detesta ma utilizza i mussulmani. La rivoluzione di Adonis ha sradicato la poesia araba da tradizioni secolari per proiettarla nella poetica moderna. Il poeta già diciannovenne rinnega la sua discendenza arabo e mussulmana per crearsi una nuova identità e per dedicarsi a una nuova poesia, sia nei contenuti e quindi dedicandosi a tematiche sociali e politiche,  e sia nella forma, rompendo gli schemi classici, a favore del verso libero e di nuove forme della prosa, pur nel rispetto della tradizione linguistica araba.

“la poesia è essenzialmente trasgressione:
impeto in tutte le direzioni
al di là del tempo e dello spazio,
degli individui e della società, di individui e di valori”

Nei suoi versi sottolinea l’importanza della condivisione e della interrelazione fra le culture. 
La poesia è trasgressione, poiché ha in sé il valore di un’opera comune a tutti i popoli, in altre parole universale. Adonis si focalizza sul presente, grazie alla memoria del passato e alla speranza in un futuro da costruire in un’altra chiave.

La poesia è in grado di rispondere ai quesiti irrisolti della filosofia e della scienza, ha la forza passionale dell’amore e conduce l’uomo alla libertà, al dialogo con la propria dimensione più intima e più vera.

La poesia conduce alla felicità.

Selezione di poesie:

Immagino il mio amore come significato e forma

del significato: unità della rivelazione
e dell’occultamento dell’oggetto – si eleva e
discende, scompare
e ricompare, viene e va come luce, aria e colore,
respira col polmone dell’oggetto come l’oggetto
porta nelle
sue labbra la nostra assenza e sussurra attorno a
sé i suoi misteri
come fanno il vento e il sole quando
strappano l’abito del giorno dal corpo della terra.
Assenza
che si addentra nelle soglie della presenza
e come il mistero vive nel cuore della terra
e nell’oscurità delle radici.

da Cento poesie d’amore.

————————————————————————-

Una cosa si era distesa nel cunicolo della storia
una cosa adorna, esplosiva
che trasporta il proprio figlio di nafta avvelenato
al quale il mercante avvelenato intona una canzone
esisteva un Oriente simile a un bambino che implora,
chiede aiuto
e l’Occidente era il suo infallibile signore.

Questa mappa è mutata
l’universo è un fuoco
l’Oriente e l’Occidente sono una tomba
sola
raccolta dalle sue ceneri.

———————————————————————

La rosa dell’alchimia

nel paradiso della cenere dovrei viaggiare

tra i suoi alberi nascosti,

nella cenere vi sono fiabe,

diamanti e un vello d’oro. 

Nella fame dovrei viaggiare, nelle rose,

verso la mietitura dovrei viaggiare,

riposare sotto l’arco delle labbra orfane,

nelle labbra orfane, nella loro ombra ferita

è la rosa dell’alchimia.

da Nella pietra e nel vento.

Alla prossima.

I grandi poeti viventi

Titos Patrikios, il grande poeta vivente greco.

titos_patrikios-altra-foto-1

Chi è Titos Patrikios?

Titos Patrikios (Τίτος Πατρίκιος, Atene 1928), poeta, scrittore e giornalista greco, concepisce la sua poesia come testimonianza e rimedio all’oblio, affinché i suoi compagni uccisi durante l’occupazione nazifascista non vengano dimenticati, affinché non si taccia la barbarie vissuta durante la guerra civile greca, e più in generale lo strazio di un popolo e del mondo intero. La sua opera poetica è dunque caratterizzata dall’impegno politico e dalla sua esperienza di prigionia e di esilio. La parola poetica è testimonianza storica, senza troppi lirismi, senza colori, per dirla con le sue parole “con segni bianchi e neri”. Il suo verso spesso colloquiale e senza simbolismi, si carica di una potente forza espressiva. La sua poesia è concreta ed essenziale.

Una breve selezione di poesie:

La poesia si fa

La poesia si fa
senza suoni melodiosi
senza colori
solo con segni bianchi e neri
con bianchi e neri silenzi
con fonemi bianchi e neri.
La poesia si fa
senza parossismi del corpo,
questi sono per il prima
e il dopo.

——————————————————

Metrò

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

——————————————————

Debito

Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpì l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Così, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti

per narrare la loro storia.

——————————————————

I versi.

I versi sono come i figli.
Crescono nelle viscere con rumori segreti,
soffrono dentro di te, si ammalano,
poi inaspettatamente si fanno grandi,
un giorno ti si rivoltano contro,
contro di te che hai dato loro la vita,
finché se ne vanno per sempre
e non sono più soltanto tuoi.

——————————————————

Segnali stradali

Nasciamo e moriamo con un bacio,
l’intero corso della vita è segnato da baci
di affetto e tradimento, d’amore e disperazione,
da semplici incontri con persone.

Nasciamo e moriamo con un pezzo di carta,
anagrafi alle due estremità della vita, e in mezzo
documenti amministrativi,
dossier delle più varie polizie,
attestati di promozione e mandati di cattura.

Nasciamo e moriamo nudi.

E’ interessante notare come una stessa esperienza, nella fattispecie di esilio, possa generare uno stile poetico diametralmente opposto. Per chi non avesse letto il mio articolo su Yang Lian, può ritrovarlo qui.

Per appofondimenti, leggi l’articolo del Prof. Giovanni Teresi.

 

I grandi poeti viventi

Shuntaro Tanikawa, poeta vivente giapponese.

Nella parola di Tanikawa esiste qualcosa di molto simile alla musica, che s’intreccia all’armonia universale e muove la materia poetica con la sua stessa forza. Shuzo Yachi

La letteratura giapponese nasce e si sviluppa nel corso di duemila anni di scrittura, a partire dall’VIII secolo. Al principio, era forte l’influenza della Cina e dell’India, la prima per vicinanza geografica, la seconda per la diffusione del Buddismo in Giappone. Molte delle opere letterarie della poesia giapponese vengono scritte grazie all’incontro culturale con i grandi poeti cinesi, durante la dominazione della Dinastia Tang. Ci vorranno diversi secoli, affinché i poeti giapponesi riescano a elaborare nella propria lingua particolare forme poetiche, diverse da quelle cinesi, come l’Haiku, il Tanka, e lo Shi.

download
– foto tratta da Wikipedia.

Shuntaro Tanikawa è il poeta giapponese vivente più noto e apprezzato, nato a Tokyo nel 1931, figlio del celebre filosofo Tetsuo Tanikawa. Esordì appena ventunenne con la raccolta di poesie La solitudine di due miliardi di anni luce, nella quale si misurava con il progresso freddo e metallico del Giappone del dopoguerra e del mondo intero, alla ricerca di una dimensione umana, connessa alla natura, ai cieli azzurri e a Dio. Tanikawa si è misurato in molti campi artistici, come la musica e le arti figurative. Nel campo della traduzione, ricordiamo Mamma oca e la traduzione delle strisce Peanuts del grande Charles Schulz. Ha scritto all’incirca una sessantina di libri.

Shuntaro Tanikawa guarda alla poesia occidentale, nella ricerca di un giusto compromesso con la poesia tradizionale, che egli stesso considera troppo formale e chiusa, obbediente a regole metriche ben precise. Getta le fondamenta di quel ponte simbolico tra letteratura orientale e letteratura occidentale.

Tradotto in moltissime lingue, la sua poesia è studiata nelle scuole giapponesi.

Di seguito, tre poesie del Maestro.

———————————————————-

Solitudine di due miliardi di anni luce.

Sul piccolo globo esseri umani

dormono si alzano, lavorano

talvolta desiderano avere dei compagni su Marte

I marziani sul loro piccolo globo

non so cosa fanno

(forse dormicchiano, si alzicchiano, lavoricchiano?)

Talvolta desiderano avere dei compagni sulla Terra.

Questo è assolutamente sicuro.

Gravitazione universale vuol dire

forza d’attrazione della reciproca solitudine

Il cosmo è deformato

quindi tutti desiderano cercarsi.

L’universo si espande sempre di più

perciò tutti sono incerti.

Alla solitudine di due miliardi di anni luce

Inconsciamente ho fatto uno starnuto.

——————————————————

Quando gli uccelli sparirono dal cielo.

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta

la Foresta trattenne il respiro.

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta

gli umani continuarono a costruire strade.

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare

il Mare cupamente gemette.

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare

gli Umani continuarono a costruire porti.

Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città
la Città si affaccendò perfino con più operosità.
Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città
gli Umani continuarono a costruire parchi.

Il giorno in cui l’Umanità perse se stessa
tutti gli umani furono simili uno all’altro.
Il giorno in cui gli Umani smarrirono la Personalità
gli Umani continuarono a confidare nel futuro.

Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo
il Cielo pianse quietamente
Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo
gli Umani continuarono, inconsapevoli, a cantare.

—————————————————–

Vivere.

Vivere,
vivere oggi, significa
sentirsi assetati,
essere abbagliati dal sole che filtra tra le foglie degli alberi,
ricordare all’improvviso una melodia,
starnutire,
prendersi per mano con te.

Vivere,
vivere oggi, significa
minigonne,
planetari,
Johann Strauss,
Picasso,
le Alpi,
incontrare ogni sorta di meraviglie,
e
rifiutare con cura il male nascosto.
Vivere,
vivere oggi, significa
poter piangere,
poter ridere,
potersi arrabbiare,
essere liberi.

Vivere,
vivere oggi, significa
oggi un cane sta abbaiando in un luogo lontano,
oggi la Terra sta girando,
oggi da qualche parte il primo vagito di un neonato si solleva,
oggi da qualche parte un soldato è ferito,
oggi uno swing sta dando il ritmo,
oggi “oggi” sta passando.

Vivere,
vivere oggi, significa
un uccello sbatte le sue ali,
il mare rimbomba,
una lumaca striscia,
la gente ama,
il calore delle tue mani,
la vita stessa.

 

Per approfondimenti, leggi Poesia giapponese Contemporanea e Centro Studi Orientali.

I grandi poeti viventi

A proposito di Yang Lian.

Il suo lavoro è un ponte tra la tradizione cinese e il modernismo occidentale. La portata della sua immaginazione è sorprendente.  Yang Lian è uno dei più grandi poeti della nostra epoca.

– Klaus Rifberg (scrittore, editore, critico letterario danese)

Come accennavo in questo altro mio post, inizierò il mio viaggio virtuale tra i poeti viventi, dal cinese Yang Lian.

Vi darò qualche breve coordinata per inquadrare l’uomo e il poeta.

Yang Lian è nato in Svizzera nel 1955, ma ha trascorso l’infanzia e la sua adolescenza in Cina. Dopo il tragico massacro di Piazza Tienanmen, ha lasciato il suo paese natale per vivere a Londra in esilio dal 1997. Ha pubblicato molte raccolte di poesie, libri di prosa e saggi. Nel 1999 ha vinto in Italia il Premio internazionale Flaiano, e nel 2014 il Premio Internazionale Capri. L’opera con cui ha conquistato il pubblico occidentale è Dove si ferma il mare.  E’ stato candidato al Premio Nobel per la letteratura nel 2002.

La poesia di Lian è caratterizzata da lunghi poemi che mostrano il legame profondo con la poesia classica, che conta migliaia di anni di storia.

Se siete a digiuno di letteratura classica cinese, vi rimando a un articolo molto interessante che descrive a grandi linee e con semplicità, i tratti distintivi. Quello che posso brevemente accennare, è che la poesia cinese è un dipingere con le parole la bellezza della natura, come in un quadro di Monet. L’impressionismo poetico colpisce direttamente il sistema nervoso come il guardare un semplice tramonto senza bisogno di inutili panegirici. Lo spettacolo della natura e degli uomini che in esso si anima, non necessita di alcuna metafora. Forse perché la natura è la metafora stessa della nostra esistenza o ne facciamo parte e basta. Che senso avrebbe appesantire i versi poetici, di inutili concetti e di perché metafisici?

Stavo seduto a bere e non mi accorsi del buio

finché cadenti petali m’empirono le pieghe dell’abito.

Ebbro, mi alzai, camminai verso il ruscello lunare;

gli uomini erano rari e gli uccelli non c’erano più.

Li Po. (701-662)

Tornando ai poeti viventi, specifico che non amo le definizioni come il più grande, il più bravo, e via discorrendo, ma la rete e il web sì. Sono andata a spulciarmi alcune poesie di Lian e di seguito pubblicherò soltanto quelle che mi hanno colpito particolarmente.

Perché come si dice tra gli slammer, il punto non è il poeta, ma la poesia. Bisognerebbe sempre dare la precedenza all’opera di un autore e poi all’autore stesso di cui potremmo anche ignorarne il volto. Ed è inutile che vi ricordi il problema della traduzione soprattutto nella poesia. Quello che però più mi premeva conoscere, a parte la forma e lo stile, erano i contenuti. Ed è proprio da quelli che mi sono fatta suggestionare nella scelta delle liriche.

Tre poesie di Yang Lian:

LA TOMBA DEI SAGGI
Non possono far altro che discutere di capre
lentamente sorseggiano un the il crepuscolo si addensa
persino su uno strato di aghi di pino la luna oscilla

l’albero che profuma di pino si sostiene solido
l’ombra dei monti circostanti diffonde il cinguettio del giorno
una panca di pietra verde rinchiude il viaggiatore

Nell’ascolto attento viene tolto loro l’accento
una tazza di porcellana raddensa la lontananza come giada
quando leggera si appoggia ancora tiepida e trasparente.
——————————————————

VICINATO

una poesia dei vivi è quanto di più vicino ai morti
una possibile tomba nascosta in cielo
come un’impossibile soffitta        chiude a chiave nella polvere
un ragno o una mosca
i cadaveri sono scatole intagliate che i fantasmi prenotano per abitarvi
aspettando che la mia mano       quando si apre lasci impronte
il topo della scala appena calpestato ritorna in vita

luce risvegliata cent’anni fa
che con stridule grida    taglia via l’ombra della fantasia del poeta
una nuvola in piedi sulle tegole
abituata a decomporsi in caviglie grigiastre
declama quanto di più vicino ai vivi
e come reliquie che rovistano fra le mie dita
esibisce     la vergogna che ogni uomo dovrebbe sentire.

—————————————————–

GIA’ LETTO.

nei cimiteri cinesi i pini respirano così come crescono
ma il vento cambia tranquillo la direzione della giornata
l’aratro va avanti e indietro fino alla fine del campo
verde fertile libro di agosto
la vita semina i semi dei morti

la notte tutte le stelle viaggiano in un pozzo di giada

per tutta l’estate leggi una biografia
l’ombra del pino è immersa nell’acqua
una sedia piena d’acqua è incisa in un bassorilievo
il mare lontano va in collera da solo
canti di uccelli inondano il cielo quasi non cantassero
leggi come se non avessi letto niente

c’è solo l’arte che scuote un pomeriggio e lo rende nero.

Perché ho scelto queste poesie?

Dovrei rispondere per i concetti, per il senso della tragedia umana. E invece vi risponderò: “Per l’utilizzo di alcune immagini”.

Una panca di pietra verde… raddensa la lontananza come giada… una possibile tomba nascosta nel cielo… una nuvola in piedi sulle tegole… una sedia piena d’acqua.

La scorgete la pittura impressionista?

Per chi volesse una più ampia panoramica della poesia contemporanea cinese, la casa editrice Einaudi ha pubblicato nel 1996 un’antologia di diciotto autori tra cui anche Yang Lian, a cura di Claudia Pozzana e Alessandro Russo, che negli ultimi vent’anni si sono distinti nel panorama letterario cinese, dal titolo “Nuovi poeti cinesi”.

18003591_yang-lian-la-poesia-della-libert-1
– foto tratta da google
I grandi poeti viventi

I più grandi poeti viventi. Chi sono?

A volte ci penso, non so voi.

Come in una stupida gara infantile, chi è il poeta più grande? Chi è quello più bravo? Ognuno risponderà in base a i suoi gusti o alle sue reminiscenze scolastiche.

Qualcuno troverà da ridire sull’aggettivo “bravo”. Già mi pare di sentire le varie obiezioni: il poeta non deve essere bravo, il poeta deve veicolare un messaggio, il poeta è colui che si batte civilmente, o per dirla con le parole di T.S. Eliot, è colui che nello scrivere se stesso, scrive del suo tempo. Ultimamente ho trovato una splendida definizione di Flaubert sui grandi poeti:

I più grandi, i rari, i veri maestri, compendiano in sé l’umanità; senza preoccuparsi di sé o delle proprie passioni, annullando la loro personalità per assorbirsi in quella degli altri, essi riproducono l’Universo, il quale si riflette nelle loro opere scintillante, vario, molteplice, come un cielo specchiantensi tutt’intero nel mare, con tutte le sue stelle e tutto il suo azzurro. G.Flaubert

La domanda si complica se aggiungiamo quel participio presente.

Si complica perché siamo abituati a pensare ai poeti, o agli scrittori più in generale, come a dei cari estinti, a dei morti sepolti e trapassati da secoli, che ci guardano come statue, che spuntano dalle antologie, dai ritratti, dalle fotografie in bianco e nero.

dante-769834_1920
– Dante, Piazza, Italia, Napoli.

E quindi capita che ci pensi e sono giunta a una conclusione. Prima ancora di scrivere grandi poesie e prima ancora di morire più o meno incompresi, i poeti nascono. E quando un poeta nasce, in qualche modo vive.

Anche il poeta ha un corpo. | Mangia. Invecchia. | Anche il poeta è stretto | nella sua triste carne. Fernanda Romagnoli.

Dove si trovano i poeti che vivono? Dove posso incontrarli? Dove posso leggere qualcosa della loro produzione, che non sia tristemente “postuma”?

Per questo ho deciso di scrivere un articolo su un poeta che non fosse già morto. Su tutti i grandi poeti ancora vivi e vegeti. Se provate a digitare il più grande poeta vivente sul motore di ricerca google, vedrete apparire nella cronologia di ricerca, anche le varie nazionalità. L’anno scorso, a Capri fu premiato il più grande poeta cinese vivente, Yang Lian, più volte candidato al Premio Nobel. Chi di voi conosce la poesia cinese e quella giapponese o indiana? Trovandomi io da questa parte di mondo, ho pensato fosse cortese iniziare questo viaggio virtuale tra i poeti viventi, proprio dall’Oriente, per poi passare all’Europa, all’America, fino a completare il giro del mondo.

Ogni settimana mi dedicherò a un grande poeta vivente.

E voi se volete, fatemi pure compagnia.

Ps. Per i poeti già trapassati, aprirò in seguito una categoria apposita per un viaggio, si spera sempre virtuale.

Si accettano suggerimenti per la definizione di categoria.

Alla prossima.