Eventi dal vivo

Stasera a Ostuni, la poesia va in scena.

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pagina Fb– foto tratta dalla pagina evento

Eccoci finalmente arrivati al gran giorno del Frida Poetry Slam, in cui dieci slammers declameranno le proprie poesie.

I nomi dei partecipanti:

Gionata Atzori;

MArio D. Ragno;

Andrea Bitonto;

Donatella Gasparro;

Cosimo Pastore;

GiulianoCarlo Logos De Santis,

Leonardo Dingo Piccinni;

Davide Lisi;

Bartolomeo Intranò;

Daniela Del Core, che sarei io!

MC della serata: Francesco Carlucci.

Come sempre, chi accede alla manche finale avrà la possibilità di vincere e accedere alle fasi successive del Campionato Nazionale di Poetry Slam LIPS 2015-2016 (finali regionali e nazionali).

Vi aspettiamo tutti, pronti e accesi.

La poesia ritorna in scena.

In bocca al lupo a tutti e come sempre, viva il lupo!

Controversi

Bella.

Sei bella come una mela intatta

prima del peccato originale,

una bambolina seduta in dispensa

prima che il Serpente menta,

sei bella come una bicicletta

o una fragranza di pane

prima e durante il temporale,

sei bella come il sole che albeggia

prima del cicalio del cellulare.

Non credo sia il viso o il corpo o

lo spirito che pure si muove tra

le tue scarpe e il pavimento,

c’è un tetto di cristallo che scricchiola

sopra la tua testa che ti tiene salda

a terra e ti impedisce di volare

assieme alle nuvole nel cielo invernale.

Meriteresti di stare sopra i capi chini

e tristi che spuntano nei giorni di festa,

sei bella come il sabato prima di domenica

e che tu lo sia anche fuori è certo

che tu sia bella anche dentro.

Sei bella più di questo Natale.

Daniela Del Core@2015

Eventi dal vivo

Stasera a Ostuni, va in scena la poesia.

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pagina Fb– foto tratta dalla pagina evento

Eccoci finalmente arrivati al gran giorno del Frida Poetry Slam, in cui dieci slammers declameranno le proprie poesie.

I nomi dei partecipanti:

Gionata Atzori;

MArio D. Ragno;

Andrea Bitonto;

Donatella Gasparro;

Cosimo Pastore;

GiulianoCarlo Logos De Santis,

Leonardo Dingo Piccinni;

Davide Lisi;

Bartolomeo Intranò;

Daniela Del Core, che sarei io!

MC della serata: Francesco Carlucci.

Come sempre, chi accede alla manche finale avrà la possibilità di vincere e accedere alle fasi successive del Campionato Nazionale di Poetry Slam LIPS 2015-2016 (finali regionali e nazionali).

Vi aspettiamo tutti, pronti e accesi.

La poesia ritorna in scena.

In bocca al lupo a tutti e come sempre, viva il lupo!

 

 

Controversi

Abbiamo sbagliato tutto.

 

Abbiamo sbagliato tutto dal principio,

dapprima da quando siamo nati, ancora

cellule embrionali annaspavano in

un liquido caldo che ci solleticava

il naso e la bocca, già a quel tempo

sbagliavamo tutto sapendo di sbagliare,

qualcosa ci teneva legati al porto sicuro

era più che stupido scapparne a mezzanotte

o a mezzogiorno inoltrato, dovevamo restare

al chiuso, dovevamo fare un muro alto alto,

da quando sentivamo le lacrime salarci

la minestra serale e i sospiri come macigni

a comprimerci il diaframma e i bronchi

collassati, sapevamo bene, già conoscevamo

l’uscita e l’entrata il grazie e il prego

l’addio e l’arrivederci e l’a presto,

e il nome che nome metteremo? E la fretta

e la penna che non si trova e scompare

in una borsa sempre più grande

in un corridoio sempre più lungo

a cercare l’ufficio preposto,

a segnare il giorno il mese e l’anno

di quando sei nato e perché sei nato?

Se sapevi già tutto, sapevi già di sbagliare

al primo respiro la prima pacca sul sedere,

e luce bianca e salamelecchi e smancerie,

buio buio non è più buio, un coniglio

fuori dalla tana, ti ho fatto tana,

salta, salta tutti i giorni fino alla fine

che non sai quando finisce, sul banco

a essere giudicato bello brutto grasso

storto dritto scemo, senz’altro scemo,

se sapevi già di sbagliare, hai sbagliato

dal principio, dall’inizio, dal concepimento:

Signorina, prego, ti amo, anch’io e l’altare

delle promesse a vuoto frante o mantenute,

firmi e infili l’anello al dito, al dito che stringe

stringe la gola, il respiro affannoso, c’è

del liquido nella narice ed è strano che

respiri ingoiando, è strano che ingoi ricordi

come liquidi immagini luci embrionali,

sudi le tempie, qualcosa ti dice che stai sbagliando

già sai che sbagli se scegli e scegli di sbagliare

e di vivere e di morire e di rinascere

dal principio.

Daniela Del Core@2015.

Su gentile concessione.

“Lamentazioni” sulla marginalità della poesia.

Oggi vi propongo la lettura di un illuminante articolo di Giulio Mozzi sul suo blog Vibrisse al seguente link.

Per i pigri a cliccare, copio qui di seguito. Buona lettura!

Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario)

By

questononeunsonetto

di giuliomozzi

Vabbè, sto esagerando: io non ne posso più. Che la poesia non conti tutto sommato nulla nella vita sociale e civile del Paese, mi sembra una cosa ovvia. Non mi pare che Dante o Petrarca, per tacere di Leopardi e del Berchet, abbiano contato più che tanto – più che nulla – nella vita sociale e civile del Paese. Certo: guardiamo la storia d’Italia, e ci par di vedere una popolazione tutta compresa nei procomberò sol io (tanto per citare il peggio) e tutta intenta ad amoreggiare teologicamente e stilnovisticamente. Ma certo! Peccato che quella popolazione fosse l’un per cento, l’un per mille, l’un per diecimila della popolazione reale, della cui esistenza forse aveva qualche sentore, qualche vaga notizia, qualche rapporto ogni tanto. Oggi viviamo nell’alfabetizzazione universale, ma l’alfabetizzazione non è altro che alfabetizzazione: saper usare almeno al minimo indispensabile l’alfabeto; saper leggere le istruzioni per l’uso della lavatrice; saper compilare in Facebook uno status con la ricetta della parmigiana di melanzane (come la faceva la nonna, la mamma, ec.); e poco più. Notavo l’altro giorno, in uno studio pieno di gente laureata e postlaureata, tutta gente seduta davanti a dei pc e intenta a scrivere, che tutti furiosamente scrivevano usando un dito per mano: che è l’equivalente del tenere una penna come se fosse una vanga. L’alfabetizzazione porta all’alfabeto: non sta scritto da nessuna parte che se oggi metà della popolazione italiana è capace di comperare un libro (o prenderlo a prestito) e provare a leggerlo, perciostesso sia più sensibile alla poesia; o che o una quota maggiore (rispetto a un tempo) di popolazione sia sensibile alla poesia. No, no. E’ vero che Gabriele D’Annunzio vendeva vagonate dei suoi libri di poesia, ma D’Annunzio (allora) era come Fabio Volo (oggi): a prescindere da qualunque giudizio sulla qualità delle opere, tràttasi di autore-star che vende modelli comportamentali e di pensiero a un pubblico mediamente acculturato o aspirante ad acculturarsi mediamente. Che il divin Gabriele abbia cominciato dai libri e il buon Volo ci sia arrivato dopo, poco cambia.

Sono un lettore di poesia, lo confesso. Sono addirittura un compratore di libri di poesia: e talvolta divento matto per riuscire a comperare quel certo libro lì, che lo vendono solo presso il centro sociale occupato nei venerdì dispari dei mesi pari, tra le cinque e le sei di mattina, pagamento in talleri (o che lo pubblica l’Istituzione Solenne la quale, alla richiesta d’acquisto, risponde che loro i preziosissimi libri che stampano in limitatissime tirature li regalano, sì, li regalano soltanto: a un pubblico selezionatissimo: del quale io, volgare compratore, evidente non faccio parte, né posso aspirare). Sono un lettore di poesia antica, quattrocentesca, rinascimentale, barocca, addirittura sette-ottocentesca, e per di più contemporanea. Leggo poesia italiana, francese, inglese: dove ho un minimo di competenza linguistica, ché le traduzioni fanno quello che possono. Nella mia libreria ci sono più libri di poesia che romanzi e racconti, e soprattutto ci sono molti più libri di poesia contemporanea che libri di romanzi e racconti contemporanei.

Quasi tutto quello che so sulla scrittura, l’ho imparato leggendo poesia e leggendo quello che i poeti e certi critici scrivono o hanno scritto sulla poesia. L’intensità che cerco, nello scrivere, è l’intensità della poesia: la parola “intensità” è ingenua, ma spero mi si capisca. Non sono un poeta: non ho quella forza; anche se talvolta mi attento a scrivere in versi (non parlo di quelli scritti per gioco) e addirittura ho pubblicato due libri scritti in versi e tre libri tra le cui prose fanno capolino parti, sezioni, racconti scritti in versi. Un amico, recensendo uno di questi libri, ha generosamente scritto che io non sono un “prosatore”: sono un “versificatore”; ma si è ben guardato – giustamente – dal sostenere che io sia un poeta (vedi); perché i poeti sono bestie d’altra specie, forse d’altra natura.

Che la poesia sia irrilevante; sia marginale; che la poesia non conti (più) nulla; che la poesia sia soffocata dalla prosa; che la poesia si sia ridotta a essere una faccenda di conventicole; che la poesia si sia smarrita tra esperimenti paradossali fin nel nome di “poesia visiva” o “verbo-visiva”, “poesia sonora”, “videopoesia”, “poesia in prosa” o addirittura di “prosa in prosa”; che i poeti siano ormai una microgalassia di piccoli sistemi solari ciascuno contraddistinto da un’incomprensibile (o da una fin troppo comprensibile) poetica; che i poeti siano gentaglia che sta sempre lì a guardarsi, a spiarsi, a contendersi miserabili premietti, a contendersi gli inviti a festival più o meno internazionali e più o meno lussuosi o straccioni (perché ci sono anche i festival lussuosi, non crediate); che i poeti siano sempre lì a creare gruppetti e gruppettini, ciascuno avvinghiato alla propria pretesa rivista miserabilmente online, eventualmente associati in operazioni politicopoetiche di riconoscimento e recensionamento reciproco di rimbalzo e di sostegno: ma di tutto questo, vero o falso che sia (e non è del tutto vero né del tutto falso), che me ne importa?

La bellezza. Ah, la bellezza. Quando mi domandano che cosa cerco nelle opere inedite che quotidianamento scarico, leggo, scorro, scarto (e rarissimamente salvo per una lettura più approfondita, terminata la quale quasi sempre le scarterò), io rispondo: la bellezza. E tutti, dico tutti, quando dico questo, mi guardano straniti. La bellezza, eh sì. Mica l’aderenza a un genere letterario, o a una visione del mondo, o a una certa idea di letteratura, o alle esigenze del mercato (che, sia detto una volta per tutte: se le soddisfa da sé, le sue esigenze, senza che le case editrici possano farci nulla), o alla presenza di tutti i meccanismi narrativi giusti al posto giusto, o alla natura più o meno “di ricerca” o “sperimentale” delle opere, e così via: no, m’importa della bellezza, a me, e che in un’opera ci sia della bellezza me lo dice il mio corpo, semplicemente, perché per finir di leggere un’opera faccio tardi la notte o ci ho voglia di svegliarmi presto la mattina o mi dimentico di scendere alla stazione giusta (leggo molto in treno). Il mio corpo può sbagliarsi, ovvio. Ma se non mi fido di lui, di chi mi fido?

E la bellezza appare. La bellezza appare, qua e là, anche nella profluvie delle opere di poesia pubblicate dai centomila editori di poesia (l’Italia è un Paese di poeti che non leggono poesia, si dice: ma sarà anche un Paese di editori di poesia che non leggono ciò che pubblicano), anche nel pullulare del web, anche nel passaparola della Repubblica delle lettere, anche nei siti pretenziosi o non pretenziosi, la bellezza appare, talvolta, di rado, certo di rado – ma quando mai la bellezza è stata merce comune? Raramente, molto raramente. C’è stato qualche magic moment per la bellezza, nella storia umana: qualche.

La bellezza appare, e farà il suo effetto. Oggi sembra soffocata dalla massa delle produzioni insensate: è vero, la massa delle produzioni insensate copre, nasconde, invisibilizza; peggio: distoglie, deforma, mistifica. E’ forse peggio di quando una donna su cinque moriva di infezioni poco dopo il parto? No, è meglio. Questa è la modernità, o postmodernità, o ipermodernità, fate voi, ma questa è: teniàmocela stretta, teniàmoci stretti noi stessi per quel che siamo, ora, oggi.

Chi se ne importa, dell’irrilevanza della poesia. Mi importa la visibilità della bellezza. Proviamo a smettere di ragionare di poesia, e proviamo a ragionare di bellezza. Lo splendore della verità: ecco la bellezza. (Concetto vecchio, lo so: ma non ne trovo di migliori; anzi, non ne trovo altri, se non bassezze come l’eleganza, l’armonia, la bella maniera, la perfezione tecnica e simili). Lo splendore di un sasso, di un gesto, di una stanza vuota, di un odore di resina, di una visione angelica, dell’impronta di un corpo sul mio corpo, di una macchina perfettamente funzionante, di un bambino morto su una spiaggia, di mia madre immobile un istante dopo l’ultimo respiro, di tutto ciò che volete: lo splendore di ciò che più o meno fuggevolmente appare e sta nel mondo.

Non so se riesco a spiegarmi. E’ così difficile dire ciò che si crede di sapere (ma ci si può sbagliare) immediatamente, per intuizione.

(Ah: è uno spinterogeno).

 

 

 

Controversi

Ultime revisioni.

 

 

Io non credo sia così cattivo

questo Dio che di tanto in tanto

ci manda all’inferno

con un biglietto

sgualcito

di sola andata.

A volte l’ho sentito

lamentarsi

di essere stato troppo

affrettato,

nero su bianco e

dito su pietra,

la sua legge ora è

immutabile.

So che più volte ha tentato

di cambiare

le regole del gioco,

di trovare una falla sulle tavole,

una clausola minuscola,

una dimenticanza,

con puntuale durezza

respinte

da lobby di anime devote.

 

Per questo non credo sia così cattivo

questo Dio che ci è toccato.

 

A volte l’ho scorto dalla finestra

socchiusa,

più spesso sorpreso a

passeggiare nudo

sul suo terrazzo,

e tutt’intorno

una nube di fumo nervoso

disegnava nel cielo

possibili vie d’uscita.

Daniela Del Core@2015

I grandi poeti viventi

Shuntaro Tanikawa, poeta vivente giapponese.

Nella parola di Tanikawa esiste qualcosa di molto simile alla musica, che s’intreccia all’armonia universale e muove la materia poetica con la sua stessa forza. Shuzo Yachi

La letteratura giapponese nasce e si sviluppa nel corso di duemila anni di scrittura, a partire dall’VIII secolo. Al principio, era forte l’influenza della Cina e dell’India, la prima per vicinanza geografica, la seconda per la diffusione del Buddismo in Giappone. Molte delle opere letterarie della poesia giapponese vengono scritte grazie all’incontro culturale con i grandi poeti cinesi, durante la dominazione della Dinastia Tang. Ci vorranno diversi secoli, affinché i poeti giapponesi riescano a elaborare nella propria lingua particolare forme poetiche, diverse da quelle cinesi, come l’Haiku, il Tanka, e lo Shi.

download
– foto tratta da Wikipedia.

Shuntaro Tanikawa è il poeta giapponese vivente più noto e apprezzato, nato a Tokyo nel 1931, figlio del celebre filosofo Tetsuo Tanikawa. Esordì appena ventunenne con la raccolta di poesie La solitudine di due miliardi di anni luce, nella quale si misurava con il progresso freddo e metallico del Giappone del dopoguerra e del mondo intero, alla ricerca di una dimensione umana, connessa alla natura, ai cieli azzurri e a Dio. Tanikawa si è misurato in molti campi artistici, come la musica e le arti figurative. Nel campo della traduzione, ricordiamo Mamma oca e la traduzione delle strisce Peanuts del grande Charles Schulz. Ha scritto all’incirca una sessantina di libri.

Shuntaro Tanikawa guarda alla poesia occidentale, nella ricerca di un giusto compromesso con la poesia tradizionale, che egli stesso considera troppo formale e chiusa, obbediente a regole metriche ben precise. Getta le fondamenta di quel ponte simbolico tra letteratura orientale e letteratura occidentale.

Tradotto in moltissime lingue, la sua poesia è studiata nelle scuole giapponesi.

Di seguito, tre poesie del Maestro.

———————————————————-

Solitudine di due miliardi di anni luce.

Sul piccolo globo esseri umani

dormono si alzano, lavorano

talvolta desiderano avere dei compagni su Marte

I marziani sul loro piccolo globo

non so cosa fanno

(forse dormicchiano, si alzicchiano, lavoricchiano?)

Talvolta desiderano avere dei compagni sulla Terra.

Questo è assolutamente sicuro.

Gravitazione universale vuol dire

forza d’attrazione della reciproca solitudine

Il cosmo è deformato

quindi tutti desiderano cercarsi.

L’universo si espande sempre di più

perciò tutti sono incerti.

Alla solitudine di due miliardi di anni luce

Inconsciamente ho fatto uno starnuto.

——————————————————

Quando gli uccelli sparirono dal cielo.

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta

la Foresta trattenne il respiro.

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta

gli umani continuarono a costruire strade.

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare

il Mare cupamente gemette.

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare

gli Umani continuarono a costruire porti.

Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città
la Città si affaccendò perfino con più operosità.
Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città
gli Umani continuarono a costruire parchi.

Il giorno in cui l’Umanità perse se stessa
tutti gli umani furono simili uno all’altro.
Il giorno in cui gli Umani smarrirono la Personalità
gli Umani continuarono a confidare nel futuro.

Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo
il Cielo pianse quietamente
Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo
gli Umani continuarono, inconsapevoli, a cantare.

—————————————————–

Vivere.

Vivere,
vivere oggi, significa
sentirsi assetati,
essere abbagliati dal sole che filtra tra le foglie degli alberi,
ricordare all’improvviso una melodia,
starnutire,
prendersi per mano con te.

Vivere,
vivere oggi, significa
minigonne,
planetari,
Johann Strauss,
Picasso,
le Alpi,
incontrare ogni sorta di meraviglie,
e
rifiutare con cura il male nascosto.
Vivere,
vivere oggi, significa
poter piangere,
poter ridere,
potersi arrabbiare,
essere liberi.

Vivere,
vivere oggi, significa
oggi un cane sta abbaiando in un luogo lontano,
oggi la Terra sta girando,
oggi da qualche parte il primo vagito di un neonato si solleva,
oggi da qualche parte un soldato è ferito,
oggi uno swing sta dando il ritmo,
oggi “oggi” sta passando.

Vivere,
vivere oggi, significa
un uccello sbatte le sue ali,
il mare rimbomba,
una lumaca striscia,
la gente ama,
il calore delle tue mani,
la vita stessa.

 

Per approfondimenti, leggi Poesia giapponese Contemporanea e Centro Studi Orientali.

Controversi

Un giorno la mia testa esploderà.

 

Un giorno la mia testa esploderà,

spunteranno i gigli selvaggi

da un vaso troppo stretto

costretto,

schizzeranno i rami stellati,

di reti neurali e di querce,

una tempesta di tortore

vorticherà dal cranio,

una visione di noi due

a cavalcare

ricordi di uranio.

Un giorno la mia testa esploderà

nel respiro di un neonato

si eleveranno i vapori,

danzeranno aironi in amore

i sogni prenderanno colore,

il vento scompiglierà i nervi tesi

come funi di ormeggi,

ritaglierò i tormenti.

Un giorno la mia testa esploderà

ne usciranno sentieri battuti

di vicoli ciechi e stretti,

bruceranno rimembranze,

e le risate e i lamenti

si confonderanno.

Un giorno la mia testa esploderà

come un vaso di coccio

sboccerà il mio cranio ristretto

in un giglio incolto.

Daniela Del Core@2015

Eventi dal vivo

Frida Poetry Slam a Ostuni, 28 dicembre.

Il 28 dicembre alle ore 21:00 si disputerà la terza tappa in Puglia del Campionato di Poetry Slam 2015-2016, targato Lips- Lega Italiana Poetry Slam, dedicato alla poesia orale.

MC della serata: Francesco Carlucci.

Della prima tappa pugliese , vi avevo già parlato in questo articolo.

Chiunque volesse partecipare da concorrente o come spettatore e possibile giurato, è invitato a visitare la pagina FB dell’evento, che si terrà nella splendida Città Bianca di Ostuni, in provincia di Brindisi.

Chi accede alla manche finale ha la possibilità di vincere e accedere alle fasi successive del Campionato Nazionale di Poetry Slam LIPS 2015-2016 (finali regionali e nazionali).

Per quanto riguarda la location della competizione, si tratta di Frida Art Café, in Via Tamborrini, 5.

Sarà possibile iscriversi dalle ore 21.00 di venerdì 18 dicembre 2015 alle ore 21.00 di giovedì 24 dicembre 2015.

In bocca al lupo a tutti e viva il lupo!

 

Controversi

Mio caro John.

Baccano, baccano,

silenzio, silenzio,

schhhhhhhh,

che ha detto John alla radio

che ha detto John in Tv?

Che i giovani non vogliono lavorare

è vero!

anch’io ho smesso di cercare e

ho solo quarantanni.

Mio caro John non posso

scontarne altrettanti,

vieni giù John,

vieni a cercarmi e

prestami il tuo entusiasmo e

anche il tuo orologio

e forse le tue scarpe,

ché ci cammini comoda per un’ora.

Non sono neppure brutta,

vieni giù John e scambiamoci

un po’ di baci e un po’ di assegni,

facciamoci l’amore e

rivoltiamoci l’economia.

Vieni giù John che ti mostro

le botteghe chiuse

di artigiani falliti,

scendi giù a Bari John,

che ti mostro il deserto

dei Tartari,

incontriamoci John,

cento rampolli in piazza e

cento popolani,

guardiamoci negli occhi,

scambiamoci le carte

toccateci a sorte.

Siamo la tua Cenerentola,

sposaci John,

rendeci fertile di nuove speranze,

non startene solo a immaginare

mondi migliori,

non siamo neppure brutti,

e neppure sporchi,

e neppure cattivi,

nemmeno pigri John,

ti abbiamo pagato gli studi

con le tasse insanguinate.

Come siamo orgogliosi di te John,

no, non darci la tua birra,

baccano, baccano,

silenzio, silenzio,

schhhhhh,

ma che hai detto alla radio?

E non darci l’elemosina renzista,

non darci la tua calma chimica,

non vogliamo droghe

non vogliamo il calcio,

e neppure Lapo.

Rotola giù caro John,

rotola a Sud

ti aspettiamo come una sposa

all’altare,

fedele e devota

strapagata di dote.

da Le gazze disattente, Secop, 2016.