I grandi poeti viventi

Hans Magnus Enzensberger, poeta tedesco.

Chiosco.

È vietato dar fuoco a persone.
È vietato dar fuoco a persone
che siano in possesso di un permesso
di soggiorno valido.
È vietato dar fuoco a persone
che si attengano alle disposizioni
di legge e siano in possesso
di un permesso di soggiorno valido.
È vietato dar fuoco a persone
che col loro comportamento
non ne abbiano offerto motivo.
È disdicevole.
È inconsueto.
Non dovrebbe diventare una regola».

Hans Magnus Enzensberger, classe 1929, nato a Kaufbeuren, è uno scrittore, poeta e traduttore tedesco. Ha scritto anche sotto lo pseudonimo di Andreas Thalmayr e Linda Quilt. Attualmente vive a Monaco. Prevalentemente poeta e saggista, ha realizzato anche opere teatrali, cinematografiche, radiodrammi, reportage, traduzioni, romanzi e libri per bambini.

Dal registro ironico e sarcastico, dalla poesia asciutta e concreta, non possiamo lamentarci, affronta nelle sue opere, tematiche sociali ed economiche come in Classe Media Blues, in cui è rappresentato un mondo che dovrebbe rassicurarci con i suoi ritmi precisi, con la fame sempre appagata, con l’autobus che non salta una corsa, eppure è strano come non abbiamo nulla da dire, con lo stomaco pieno, fagocitato anche il passato e il prodotto sociale, con i morti che hanno fatto il loro testamento, l’ultimo verso vorrebbe quasi schiaffeggiarci da questa accidia incolore: Cosa stiamo aspettando?

CLASSE MEDIA BLUES

Non possiamo lamentarci.
Abbiamo da fare.
Siamo sazi.
Mangiamo.

Cresce l’erba,
il prodotto sociale,
l’unghia delle dita,
il passato.

Le strade sono vuote.
Le chiusure sono perfette.
Le sirene tacciono.
Questo passa.

I morti hanno fatto il loro testamento.
La pioggia è cessata.
La guerra non è stata dichiarata.
Questo non è urgente.

Noi mangiamo l’erba.
Noi mangiamo il prodotto sociale.
Noi mangiamo le unghie.
Noi mangiamo il passato.

Non abbiamo nulla da nascondere.
Non abbiamo nulla da perdere.
Non abbiamo nulla da dire.
Abbiamo.

L’orologio è caricato.
La vita è regolata.
I piatti sono lavati.
L’ultimo autobus sta passando.

È vuoto.

Non possiamo lamentarci.

Cosa aspettiamo ancora?


Enzensberger sei quasi divertente, cantavano i Pink floyd, se non fossi così spietato, così caustico come In memoriam, dove soltanto un poeta del suo calibro può spicciarsela in due parole, anche a proposito degli anni Settanta. E in fondo cosa ci sarebbe da aggiungere al già detto? Vi era stata una miracolosa moltiplicazione dei pani, parecchi riuscirono a ingozzarsi sino a non lasciarne più per i posteri, turchi e disoccupati. Monta una rabbia quasi invidiosa, e nella chiusa la parola indulgenza diventa quasi beffarda.

In memoriam

Dunque, per quanto concerne gli anni Settanta
me la sbrigo in due parole.
Il servizio informazioni dava sempre occupato.
La miracolosa moltiplicazione dei pani
si limitò a Dusseldorf e dintorni.
La notizia spaventosa corse su nastro,
venne registrata e archiviata.

Senza opporre resistenza, tutto sommato,
gli anni Settanta si sono ingozzati
e gli è andata di traverso,
nessuna garanzia per i posteri,
turchi e disoccupati.
Che qualcuno li ricordi con indulgenza,
sarebbe pretendere troppo.

Ne La fine del Titanic, il tema sociale, la lotta di classe, l’immobilismo degli svantaggiati, la cieca rassegnazione della propria condizione come fosse innata e preordinata da un Dio feudale, viene messa in scena su un palcoscenico singolare. Bloccati sottocoperta, ci sono gli immigranti di Svezia, Inghilterra, Finlandia, Italia, Bulgaria, Belgio, Francia, Libano e Siria. Qualcuno da Hong Kong. Da un lato, un uomo in giacca, uno di voi, che prenda la parola e si para dinanzi alla folla in ascolto, cerca di spronarla, di spingerla all’azione, fa leva sul sangue dei figli, urla che il momento è finalmente giunto per riscattarsi dall’oblio, dall’altro una folla che non capisce quelle parole, troppo erosa da paure e speranze diverse dalla sua. Finché non affondarono rispettosamente.

Canto Quinto

(da La Fine del Titanic, 1978)

Rubate ciò che vi è stato rubato,
prendetevi finalmente quel che è vostro, gridava,
intirizzito, la giacca gli andava stretta,
i suoi capelli guizzavano sotto le gru
e lui gridava: io sono uno di voi,
cosa state ancora ad aspettare? Adesso
è ora, sfondate le barriere,
gettate la gentaglia a mare,
comprese le valigie, i cani, i lacché,
le donne anch’esse e persino i bambini,
con violenza, coi coltelli, con le nude mani!
E mostrava loro il coltello,
mostrava loro la nuda mano.

Ma quelli della terza classe,
emigranti tutti, stavano lì fermi
nell’oscurità, si toglievano tranquillamente
il berretto e restavano ad ascoltarlo.

Ma quando vi deciderete a prendere vendetta,
se non vi muovete subito?
O forse non siete capaci di vedere del sangue
che non sia quello dei vostri figli e il vostro?
E si graffiava il viso
e si feriva le mani
e mostrava loro il suo sangue.

Ma quelli della terza classe
lo ascoltavano e tacevano.
Non perché non parlasse lituano
(non parlava lituano);
non perché fossero ubriachi
(le loro antiquate bottiglie,
avvolte in panni grossolani,
erano state da tempo scolate);
non perché avessero fame
(avevano anche fame):

non era per via di tutto ciò. Non era
così facile da spiegare.
Capivano, certo, quel che diceva,
ma non capivano lui.
Le sue parole non erano le loro.
Erano rosi da paure diverse
dalle sue, e da altre speranze.
Rimasero lì in piedi, pazienti,
con i loro zaini, i loro rosari,
i loro bambini rachitici,
dietro alle barriere, gli fecero largo,
lo ascoltavano, rispettosamente,
e attesero, finché non affondarono.


L’altro

Uno ride
si interessa
ha il mio viso con pelle e capelli sotto il cielo
lascia rotolare parole dalla mia bocca
uno che ha denaro e paura e un passaporto
uno che litiga e ama
uno si diverte
uno si dimena

ma non io
io sono l’altro
che non ride
che non ha viso sotto il cielo
e alcuna parola nella sua bocca
ed è sconosciuto a sé e a me
non io; l’altro; sempre l’altro
che non vince e non è vinto
che non si interessa
che non si muove

l’altro
che è indifferente a se stesso
del quale io non so niente
del quale nessuno sa chi è
che non mi muove
questo io sono.

(1964)


In Difesa dei lupi, è completamente capovolta la parabola cristiana delle pecore, animali non mansueti ma stupidi come cornacchie. Il gregge ammansito che vuole essere sbranato, che lo merita, perché un lupo non può di certo da sé cavarsi i denti, viene invitato alla riflessione, all’imitazione dello spirito fraterno che regna nei branchi di lupi. Quella stessa fraternità di cui sembrano prive le pecore, gettate sul pigro letto dell’ubbidienza, che li conduce al macello, alla morte certa. Voi non lo mutate il mondo è la condanna senza remissione di peccato.

Difesa dei lupi.

Deve mangiare viole del pensiero, l’avvoltoio?
Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
Che muti pelo? E dal lupo?

Deve da sé cavarsi i denti?
Che cosa non vi garba
nei commissari politici e nei pontefici?
Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
sullo schermo bugiardo?
Chi cuce al generale
la striscia di sangue sui pantaloni?

Chi trancia il cappone all’usuraio?

Chi fieramente si appende la croce di latta
sull’ombelico brontolante?

Chi intasca la mancia, la moneta d’argento,

l’obolo del silenzio? Sono molti
i derubati, pochi i ladri;

Chi li applaude allora,

Chi li decora e distingue,

Chi è avido di menzogna?
Nello specchio guardatevi: vigliacchi,
Che scansate la pena della verità,
avversi ad imparare e che il pensiero
ai lupi rimettete,
l’anello al naso è il vostro gioiello più caro,
nessun inganno inganno è abbastanza cretino, nessuna
consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni ricatto
troppo blando è per voi.
Pecore, a voi sorelle

son le cornacchie, se a voi le confronto.
Voi vi accecate a vicenda.
Regna invece tra i lupi fraternità.

Vanno essi in branchi.
Siano lodati i banditi. Alla violenza
voi li invitate, vi buttate sopra
il pigro letto dell’ubbidienza.

Tra  i guaiti ancora mentite.

Sbranati volete essere.

Voi non lo mutate il mondo.

 

Enzensberger è il poeta rivoltoso che si scaglia contro un mondo assurdo, ingiusto e inspiegabile. Una poesia di concetto la sua, nata nel post-guerra, negli anni successivi al Nazismo, e nella ricostruzione difficile della Germania, di contro alla poesia naturalistica tedesca che descriveva la natura come alta, protettrice  e sacra. La poesia di Enzensberger vive di questo disincanto.

 

Per approfondimenti, leggi qui e qui.

Eventi dal vivo

Stasera a Matera volano Le gazze.

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Stasera alle 20.30 Le gazze disattente, antologia poetica a cura di Francesco Paolo del Re per la Secop edizioni, volano nella splendida città di Matera.

La Puglia, l’impegno civile, dodici poeti nei Sassi di Matera.
Appuntamento sabato 9 luglio 2016 alle ore 20.30 al Csoa Fucine dell’Eco (piazza Garibaldi, Sasso Barisano).

Ideato e curato da Francesco Paolo Del Re, il libro raccoglie le poesie di Andrea Bitonto , Antonio Bux, Antonella Chionna,Daniela Del Core, Daniele Di Maglie, Andrea Donaera, Maurizio Evangelista, Donatella Gasparro, Mariaenrica GiannuzziLuciana Manco, Pippo Marzulli e Giuseppe Semeraro.
Saranno presenti il curatore del volume e alcuni dei poeti tra cui la sottoscritta.

 

A seguire, le Brigate Poeti Rivoluzionari presenteranno il concerto poetico Territorial Pissing, con Pippo Marzulli (testi&voce) e Dario Nitti (batteria).

A presto.

 

 

Controversi

I tormenti dell’agnostico.

Come faremo a sopravvivere al vento di bonaccia?

 

che ci faccio in questo mondo

 

All’onda lunga che ci scompiglia la pancia e

la testa malata vuota e piena come una brocca,

come faremo a sopravvivere alla morte che avanza?

ogni giorno più vicina, ci allontana dal punto di nascita.

 

ci faccio quel che posso

 

Come faremo a sopravvivere al dolore che annebbia

alla lama arroventata

a vivere fino a quando ci capita,

che non ci caschi il cielo sulla spalla

come faremo a sopravvivere alla vecchiaia?

 

quando non ne posso più

 

Come faremo a saltare in aria con il sorriso sulla faccia

a chiudere gli occhi in devota assoluzione

a ringraziare un qualche Signore?

 

piglio le gambe e mi butto giù.

 

Come faremo a sopravvivere al vento di bonaccia?

 

Daniela Del Core@2016.

Senza categoria

Sacrifici vegetali.

Devo averla contratta anch’io

lo sospettava la dottoressa

per colpa della xylella

che m’infastidisce il cervello

mi prosciuga i capelli come rami

le braccia e le mani che germogliano

e inaridiscono.

Ho un’infezione pericolosa che

fa piangere gli agricoltori,

divisi gli scienziati

confusi gli amministratori.

Ho il disseccamento rapido

delle arterie

non c’è ossigeno che scorra

bisognava potarmi ogni anno

spuntarmi i pensieri

cavarmi i denti rancidi dalla bocca,

avrei pianto per un giorno

mi sarei risollevata

con tutta quell’erba attorno

dovevano ararmi

avere più cura

del territorio

della mia testa della mia casa.

Sono come questo ulivo

bicentenario

sradicato da terra.

Mi trasformo e brucio

in un sacrificio vano

dovuto o

dibattuto.

A morte a morte a morte.

 

di Daniela Del Core da Le gazze disattente, Secop edizioni 2016.

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Acquistabile online qui.

Eventi dal vivo

Notte Bianca della Poesia, stasera a Giovinazzo.

Per la Notte Bianca della Poesia, a cura dell’Accademia delle Culture e dei Pensieri del Mediterraneo, vi segnalo due eventi ai quali parteciperò:

  • la presentazione de “Le gazze disattente“, antologia poetica a cura di Francesco Del Re per la Secop Edizioni 2016, alle ore 21.30, Palazzo Morola.
  • Talento da Poeta, gara poetica estemporanea indetta dalla Secop Edizioni, con in palio la pubblicazione, alle ore 21.30, Hotel San Martin.

Le gazze disattente: dodici poeti pugliesi molto disattenti sono stati ingabbiati nell’orcio dell’antologia poetica, curata dal giornalista Francesco Paolo Del Re ,che racconta la Puglia di oggi tra criticità e opportunità.

Tra gli autori, scovate anche me: Andrea Bitonto, Antonio Bux, Antonella Chionna, Daniela Del Core, Daniele Di Maglie, Andrea Donaera, Maurizio Evangelista, Donatella Gasparro, Mariaenrica Giannuzzi, Luciana Manco, Pippo Marzulli e Giuseppe Semeraro. L’immagine di copertina è un’opera dell’artista pugliese Claudia Giannuli.

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 Talento da poeta: Serata finale organizzata dall’Associazione Culturale FOS e dalla Secop.

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Il programma completo delle tre notti poetiche a Giovinazzo lo trovate qui.

A stasera.

Eventi dal vivo

Poetry Slam a Trani – Notte dei Poeti

Poetry Slam a Trani

Avatar di Donatella Gasparrodove vanno le mosche quando piove

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Tornata dalle Finali Nazionali del Campionato 2015-2016 della LIPS – Lega Italiana Poetry Slam, tenutosi a Genova 11 e 12 giugno, carica dell’energia positiva di quei giorni – intensi, potenti, densi di poesia, di condivisione; ci potrei sprecare un fiume di parole ma giuro che non rende, non si può spiegare, facciamo che l’anno prossimo venite a vedere – sono più che pronta a tuffarmi a capofitto nel Campionato 2016-2017, portando con me quella scintilla.

Non potevo mancare, infatti, ad uno dei tre Poetry Slam organizzati in collaborazione con la LIPS per la Notte dei Poeti – Piccolo festival della Parola, che sta portando la poesia in tre delle più belle città pugliesi con reading, letture, presentazioni, performance, incontri, installazioni e, appunto, Poetry Slam. Dopo i weekend a Otranto e Ostuni, tocca a Trani, il 17 e 18 giugno. L’appuntamento con il Poetry Slam…

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Controversi

Ai nati di donna.

Gli uomini e le donne sono uguali

cambia soltanto qualcosa nel corpo e nella mente

mi pare poco sufficiente per porgerla

in sposa a dieci anni infiocchettata da nastri

o infilata nella nera iuta,

perché l’uomo si veste e la donna si difende

l’uomo si sveste e la donna si denuda

l’uomo lavora e la donna si adempie,

uguali davanti alla legge ma non troppo

diversi ma non troppo simili

se è debole la donna

schiacciata nel mortaio degli uomini,

se una donna pensa con la propria testa

e non con le teste d’altri

deve muoversi da consumata spia sovietica

in una folla di maschi accalorati

un ninja in trasparenza a sfuggire sguardi

parole inopportune

giudizi etici politici e sociali,

deve la donna in bilico con otto braccia

parare i colpi e raccogliersi da sola

per strada deve raccogliere le sue quattro ossa

i pochi stracci

la sua valigia

scappare emigrare farsi largo

sulla scala sociale

sfondare il tetto dell’inferiorità

combattere contro la mediocrità di taluni

che la vogliono a casa inerme inerte

come un gas incolore inodore anestetica,

donna che assente col capo

donna che diventa capo,

crudele donna al comando che

non trova un uomo che la domi

una giovane puledra che recalcitra

che quasi t’implora lo schiaffo

come i cavalli la frusta o

i buoi il giogo sul collo

per essere meglio condotti.

Gli uomini e le donne sono uguali

solamente un quid pericoloso

uno scarto periglioso

sotto l’addome più sotto l’ombelico

dal quale tutti nascemmo,

per una sorta di amnesia

non ricordiamo il ventre collettivo

la donna col bambino

al quale non si apre il corridoio

si nega la precedenza

la destra l’antecedenza,

se è il sole che sta fermo o

è la luna a girargli intorno

se nacque prima la gallina e dopo

soltanto dopo nacque l’uovo.

Controversi

Nella migliore delle ipotesi.

E Dio creò i cieli e la terra e

il passaggio tra l’Atlantico e il Pacifico,

il silicio cominciò a cantare nei vapori

d’olibano,

l’acqua si raccolse negli orci di creta

il sole rimboccò la coperta alla luna

le stelle fremettero di lontano,

fluirono le parole e la scrittura

si fece mattina e si fece sera

si fece buio e luce tutt’intorno.

E fu a Città del Capo che

s’adunarono le anime alla sorgente

nel corridoio comunale

vibrarono le mattonelle ai passi,

s’aprirono e si richiusero le porte

s’accorciarono le code al battere dei timbri

rintoccavano da ore le medesime ore,

mentre qualcuno protestava

qualcuno sonnecchiava

qualcuno si organizzava

in sindacati,

soltanto tu ed io avanzavamo ordinati

verso un destino imprecisato,

la mano nella mano e il passo spedito.